
« Non valser spine e triboli,
non valsero catene;
né il minacciar d’un Preside
a trarla dal suo Bene,
a cui dall’età eterna
fu sacro il vergin fior »
Mario Rapisardi, Ode, per il 5 febbraio
Dal 3 al 5 febbraio, Catania dedica alla sua Santa, AGATA vergine e martire, una grande festa, un bel mix di fede e folklore. Secondo la tradizione alla notizia del rientro delle reliquie della santa il vescovo uscì in processione per la città a piedi scalzi, con le vesti da notte seguito dal clero, dai nobili e dal popolo. Controversa è l’origine del tradizionale abito che i devoti indossano nei giorni dei festeggiamenti: camici e guanti bianchi con in testa una papalina nera.
Una radicata leggenda popolare vuole siano legati al fatto che, i cittadini catanesi, svegliati in piena notte dal suono delle campane al rientro delle reliquie in città, si riversarono nelle strade in camicia da notte; la leggenda risulta essere priva di fondamento poiché l’uso della camicia da notte risale al 1300 mentre la traslazione delle reliquie avvenne nel 1126. Un’altra leggenda afferma che l’abito bianco sia legato al precedente culto della dea Iside. Ma la tradizione storica più affermata indica che l’abito votivo altro non è che un saio penitenziale o cilicio, si afferma inoltre, che sia una tunica, bianca per purezza, indossata il 17 agosto, quando due soldati riportarono le reliquie a Catania da Costantinopoli. Altri elementi caratteristici della festa sono il fercolo d’argento chiamato a vara, dentro il quale sono custodite le reliquie della Santa, esso viene portato in processione insieme ad undici candelore o cannalori appartenenti ciascuna alle corporazioni degli artigiani cittadini. Tutto avviene fra ali di folla che agita bianchi fazzoletti e grida:
Cittadini, cittadini, semu tutti devoti tutti??!! e subito si alza il grido di risposta rassicurante… “…Cettu, Cettu!”.


La festa profuma di torrone ed ha il calore della“calia e simenza”. La calia si prepara tostando (in siciliano caliannu) dei ceci nella sabbia bollente e salata.

La simenza, invece, si ricava dai semi di zucca secchi, che subiscono la stessa preparazione della calia.
Ma soprattutto si fa dolce e si colora della squsitezza delle Olivette di Sant’Agata, dolci a forma di oliva fatti di pasta di mandorla ricoperti di zucchero e colorati di verde.

Queste olive si ricollegano ad un episodio narrato nella agiografia della santa. Si narra infatti che mentre era ricercata dai soldati di Quinziano, nel chinarsi per allacciare un calzare, vide sorgere davanti a se una pianta di olivo selvatico che la nascose alla vista delle guardie e le diede i frutti per sfamarsi.
Esiste anche una variante dove le tradizionali olivette sono ricoperte di cioccolato
Volete provare a farle da voi? Ecco una semplice ricetta della tradizione
Ingredienti. Dosi: 500 g di pasta reale, colorante verde per dolci, liquore dolce per aromatizzare dolce (Maraschino o Strega), zucchero. Per la pasta reale: 500 g di farina di mandorle, 500 g di zucchero, 2 pizzichi di vaniglia, 125 g d’acqua.
Preparazione Pasta Reale.
Versare in un tegame l’acqua e lo zucchero, mettere sul fuoco e mescolare con un cucchiaio di legno. Portare ad ebollizione e appena lo zucchero incomincia a filare, toglierlo dal fuoco.
A questo punto, versare la farina di mandorle e la vaniglia, continuare a mescolare,in modo che gli ingredienti si amalgamino bene e non si formino grumi.
Versate la pasta su di un tavolo di marmo, precedentemente bagnato, appena fredda, lavorate l’impasto a lungo, fino a farlo diventare liscio e compatto.
Preparazione delle Olivette.
Prendere la pasta reale, aggiungere il colorante verde fino a dare un colore più reale possibile, aromatizzare con il liquore e amalgamare bene. Spezzare la pasta a pezzetti, dandole la forma di olivette, farle rotolare nello zucchero e adagiarle su un vassoio.
Altro dolce tipico sono “i minnuzzi ri Sant’Àjita” a forma di mammella, a simboleggiare il martirio subito dalla santa catanese .

Si tratta di dolci a forma di mammella fatti con pan di spagna imbevuto di rosolio e farciti con ricotta, gocce di cioccolato e canditi. All’esterno sono ricoperti di glassa bianca e rifiniti con una ciliegia candita in cima. Una vera delizia che potrete ormai trovare tutto l’anno e non solo nel periodo della festa. Ma è tutto il cibo di strada catanese ad esaltarsi nelle notti di festa, i bracieri accesi per le strade dei quartieri più popolari attraversati dalla festa, San Cristoforo, il Borgo, la Marina, la Pescheria, sono un vulcano di profumi e sapori di carni, soprattuto equine. 
Un panino con la carne di cavallo, fettina o polpetta che sia, rincuora e ridà forza a chi vuole seguire la processione fino all’alba.
Semu tutti devoti tutti a Sant’agata, alla sua festa, al suo aspetto religioso, alle sue bizzarie pagane, ai suoi sapori ed ai suoi profumi.
Quest’anno vogliamo anche suggerirvi per il fine settimana che va dal venerdì 6 a domenica 8 uno spettacolo realizzato dalla Compagnia Zappalà Danza e dal Teatro Massimo Bellini di Catania, inserito nel cartellone del Teatro Stabile che prende appunto il titolo di “Semu tutti devoti tutti” e che prosegue le sue repliche da Scenario Pubblico a Catania.

La danza fa da sostegno armonico ad un allestimento la cui ispirazione iconografica e devozionale si coniuga con un segno moderno, da pop art, per dare origine a contrasti, cortocircuiti, paradossi. Una festa religiosa dove la figura mistica di Agata , la santa,diventa “preda” dei suoi stessi devoti. Ed è grazie alla danza ed alla musica eseguita dal vivo, che vengono alla luce gli interrogativi e si scoprono le contraddizioni di una festa reliosa ma spesso velata da una liturgia pagana. Da non perdere!
La coreografia, regia, scene e luci sono di Roberto Zappalà. La musica originale è de I Lautari, con la supervisione musicale di Carmen Consoli. I costumi sono di Marella Ferrera.
Semu tutti devoti tutti… Cettu, cettu….Cittadini… evviva Santaita!!!
Degustibus Qb
Per il programma completo della festa: http://www.comune.catania.it/la_citt%C3%A0/santagata/default.aspx
Per lo spettacolo:
Scenario Pubblico Via Teatro Massimo, 16 – 95131.Catania
+39 095 250 3147 | +39 095 315 459 | +39 095 314 684
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Tante grazie !!! Quest’articolo sulle feste catanesi mi ha emozionata tantissimo. Sono argentina e Vivo a Buenos Aires, mio padre Innocenzo, è nato a San Michele di Ganzaria 87 anni fa ed è venuto in Argentina quando aveva 5 anni. E appunto in questi giorni mi raccontava del suo vivo ricordo dei ceci tostati in sabia che secondo lui si chamano “calia”. Per questa ragione sono così contenta di aver trovato qualcosa su questa specialità della cucina catanese. Purtroppo non saprei come prepararglieli. Per caso, c’è qualcuno che me lo possa spiegare?
Vi mando un grande abbraccio. Elba
ciao sono tuo cugino,francesco gallenti,figlio di mario mi farebbe piacere conoscerti,io vivo a Roma da 27 anni ..con tuo padre ci siamo visti circa 10 anni fa davanti a zia tetina e tuo padre a regalato a mio figlio 50 000 lire mio figlio lo ricorda sempre,tuo padre come sta,?:comunque la calia non so come si fa,un forte abbraccio a voi tutti