Panza e Prisenza – Intervista a Giuseppina Torregrossa

di Giusy Cuccia e Gaetano Licata

Sette ricette, tre protagonisti, un omicidio e una storia d’amore: sono questi gli ingredienti principali del nuovo libro della scrittrice siciliana Giuseppina Torregrossa, intitolato “Panza e prisenza”. Come già ne “L’assaggiatrice”, suo romanzo d’esordio del 2007, anche in quest’ultima storia la Torregrossa ha intessuto il racconto con un doppio filo narrativo: da un lato le donne, l’eros e l’amore e dall’altro il cibo con i suoi profumi e sfumature. Un binomio perfetto che ha contribuito al successo dei due precedenti romanzi “Il conto delle minne” e “Manna e miele, ferro e fuoco” e che continua a stupire in “Panza e prisenza”. Alle ricette si alternano le fasi dell’indagine, in cui sono coinvolti i protagonisti, tre poliziotti, e le tappe che porteranno ad un finale agrodolce. Su tutto aleggia il profumo dell’amore, a tratti violento come un temporale estivo, a tratti inebriante come l’odore delle spezie che riscaldano il cuore di Marò, protagonista femminile del romanzo, secondo cui “ziti a vasari e babbaluci a sucari nun ponnu mai bastari”.

E sarà proprio lei a far venire l’acquolina in bocca al lettore. Lei, sensuale creatrice di prelibatezze tutte siciliane, senza chiedere nulla in cambio al suo commensale, se non “panza e prisenza”. Noi abbiamo provato a scoprire qualcosa in più su questo intrigante connubio tra letteratura e cibo, chiedendo alla scrittrice palermitana di raccontarci i particolari sulla scelta delle ricette, ma non solo.

 

1) Dopo le minne di Sant’Agata, la manna e il miele, è arrivato un giallo e sette ricette di cucina siciliana. Perché ha scelto questa tipologia di narrazione?

Per la verità non è nuova . L’ho già fatto ne “L’assaggiatrice”. Ad ogni ricetta anche lì c’era una progressione nella storia. Le donne spesso si raccontano in cucina, luogo deputato alla cura e alle confidenze. E poi il cibo invoglia al racconto.

 

2) Perché proprio queste ricette? Sono dei piatti legati a delle sue particolari esperienze oppure ha preferito citare le pietanze che, secondo lei, si sposavano meglio con la narrazione, consultando magari degli esperti del settore?

Sono le ricette della tradizione siciliana. Piatti che tutti i giorni si trovano sulle tavole delle famiglie siciliane, cibi declinati a modo mio e della mia famiglia, e quindi alla portata di tutti.

 

3) Nei suoi romanzi spesso l’eros è associato al cibo. Che tipo di connessione esiste tra le due entità?

Fare sesso e mangiare sono due bisogni primari dell’uomo, servono l’uno alla sopravvivenza della specie, l’altro alla sopravvivenza dell’uomo. Eros e cibo sono strettamente associati nell’immaginario femminile. Il cibo come atto di cura e strumento di seduzione, l’eros che muove la fantasia in cucina e in camera da letto.

 

4) Tra le sette ricette di “Panza e prisenza” ce n’è una che preferisce in modo particolare o che lei lega ad un ricordo ben preciso? E a quale non saprebbe proprio rinunciare?

Detesto la pasta con i tenerumi, una vera tortura la minestra calda nel mese di agosto. È legata alla mia infanzia, alle giornate torride estive. La preparava mia nonna, mio nonno ne andava matto. A mezzogiorno la minestra era in tavola, le finestre chiuse per evitare che entrassero le mosche, fuori la campagna assolata gialla di grano. La mangiavamo asciugandoci il sudore con  il tovagliolo bianco. L’incubo della mia infanzia. 

Tra le mie preferite il gelo di cannella, ha il profumo d’Oriente.

 

5) Ha mai pensato di scrivere un romanzo che avesse come protagonisti gli “addetti ai lavori” del mondo gastronomico, siciliano e non?

No, il cibo che preferisco è quello di tutti i giorni.

 

6) Anche in “Panza e prisenza” è forte il legame tra la religione (e la religiosità) e alcune preparazioni tipiche del periodo delle feste, Santa Rosalia in questo caso. Secondo lei, questo binomio è ancora valido oppure si sta affievolendo con il passare del tempo?

Non saprei, ma da noi le feste religiose sono infarcite di paganesimo. Perciò è probabile che resistano.

 

7) Se la sua scrittura fosse un piatto, cosa sarebbe?

Un rosso gelo di “mellone” (in siciliano sta per anguria) o una sontuosa cassata.

 

8) Infine, cos’è il cibo per Giuseppina Torregrossa, cosa rappresenta?

Un’ossessione.

 

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